Non conosco Hull, non ne ho mai sentito parlare, e la citta' non dischiude nulla di interessante dai finestrini dell'autobus, se non l'insolita direzione di guida sulle strade. Una cattedrale medioevale, la stazione dei treni in stile vittoriano..."Conosci gli housemartins"? E' dopo cinque buoni minuti di conversazione che capisco che sta parlando di un gruppo musicale. Il solito aneddoto da insegnante di inglese (interessante pero'! Sono diretto a Manchester, patria di grandi gruppi del rock inglese e sono curioso di conoscerne di nuovi!): il cantante, Paul Heaton, appende un foglio fuori dalla porta della propria casa a Hull invitando i passanti interessati ad unirsi al proprio gruppo musicale. "The Housemartins" fanno successo con un disco nordista chiamato "London 0 - Hull 4". Lo stesso cantante poi fondera' i "Beautiful South" e si trasferira'...a Londra!
Lascio Mark nel sole della piazza della stazione, dopo il primo espresso pseudo italiano da Costa Coffee. Di default l'espresso lo servono doppio, bisogna specificare se si vuole evitare un'overdose di caffeina. Forse ne avrei avuto bisogno perche' dimentico lo zaino contenente computer, cellulare, documenti e libri sulla banchina del treno, e solo una corsa disperata a treno quasi in movimento mi salva dalla mia solita disattenzione. Lo zaino era li', solo in mezzo al marciapiede assolato. Smaltita l'adrenalina il viaggio prosegue attraversando il paesaggio bucolico del Peak District, una regione di colline piuttosto alte intorno a Leeds. E' una splendida domenica mattina di primavera e sto attraversando l'Inghilterra da ovest a est nel suo punto piu' stretto. Dal finestrino scorrono prati verdissimi e colline punteggiate di pecore. L'interno del vagone e' invece animato da signore di mezza eta' che vanno a far visita ai figli e non smettono di descrivere la bellezza dei loro nipoti con ogni forma di vezzeggiativi. Dopo una settimana in Inghilterra "wonderful, lovely e marvellous" entreranno decisamente a far parte del mio scarno lessico da expat. A Manchester raggiungo l'albergo grazie al servizio di bus gratuiti che copre tutto il centro della citta'.
Eccomi di nuovo a trottare verso la stazione di Manchester Piccadilly, dopo quattro giorni di lezioni in universita' e di sognanti discussioni davanti a pinte poco gasate. Giornate interessanti. Ma e' a Londra che sono diretto, ed un Virgin train mi aspetta tra mezz'ora. Ho tempo di ammirare una stazione dei pompieri in stile edoardiano da tempo abbandondata, tutta in ceramica annerita dal tempo, e di scorgere il monumento a Turing nel parco vicino alla stazione. E' circondato da lattine di birra e dai loro bevitori (Turing e' l'unico seduto sulla panchina). Dal treno il paesaggio scorre anonimo, piatto e deludente. Faccio ordine tra gli appunti e tra i pensieri. Londra non si preannuncia: senza che il paesaggio vari di molto, senza che i binari si moltiplichino nella solita distesa di traversine e l'altezza delle case cresca a dismisura, eccomi sul binario 5 di Euston diretto al mio alberghetto a Bloomsbury.
Il problema ora, dopo qualche giorno di visite, e' raggiungere Harwich (provate ad indovinare come si pronuncia? Sbagliato, si dice "harvik") dove ci attende il battello per l'Olanda. Non e' cosa semplice: da Liverpool Street e' necessario prendere un treno a destinazione il nulla del sud dell'Inghilterra, al modico prezzo di 27 sterline, e cambiare a Manningtree, binari circondati da prati e pecore ma fornito di buca per le lettere. Il mio scompenso si riduce quando Stephane, compagno di bici e di viaggio, mi ricorda che posso farmelo rimborsare dall'universita' (coi miei ossequi al contribuente olandese). Dopotutto sto tornando da loro e, a detta di quasi tutti i colleghi, i salari in universita' sono troppo bassi e questo giustifica l'indiscriminato rimborso di ogni viaggio per non ben specificati "motivi accademici". Ci imbarchiamo in orario, mi faccio annoiare da un fisico (o un ingenere?) americano che mostra a tutti la foto del figlio, vincitore di una medaglia alle paraolimpiadi di chissa' dove. Nel frattempo mi perquisiscono lo zaino, trovo la mia splendida cabina (con tanto di televisore) e ceno leggero a causa della lenta digestione di un pessimo roastbeef della domenica ingollato alle 4 del pomeriggio sulle rive periferiche del Tamigi. Noto che il battello ha una terrazza sul mare. Ottimo. Leggo Terzani, fino a tarda notte.
"don't worry...be happy..." Fiuuu fiuu fiuu fiuu fiuu fiufiufiufiufiufiu...fiufiufiufiufiu...fiufiufiufiuuu... Il classico fischio del battello e' sostituito da questa odiosa canzoncina che ci sveglia all'alba. Volo in terrazza: un piccolo spicchio di sole rossissimo preannuncia una bella giornata. Non siamo soli: dietro di noi veleggiano (si fa per dire) altre tre navi cargo, e grossi gabbiani ci planano affianco. Stiamo gia' costeggiando da parecchio tempo il porto di Rotterdam, e per i prossimi venti minuti lo spettacolo, sul lato destro della nave, sara' un continuo di mucchi di carbone, depositi di petrolio, container e ciminiere di ogni stazza ed ogni forma. E' il porto di Rotterdam che rappresenta la mia Olanda. L'aereoporto di Schiphol e' circondato da polder e campi di tulipani, mulini a vento perfettamente conservati e c'e' perfino un museo di Rembrant nella hall delle partenze! Lo sfintere d'Europa, il terzo porto mondiale e' invece tenuto nascosto ai turisti e agli investitori della finanza. Qui entrano ed escono tutte le merci destinate all'Europa continentale, per un certo periodo era pure diventato il porto di riferimento di Milano. Se non fossero bianchi i cancelli del porto sembrerebbero i cancelli di Mordor, ma un vecchietto olandese in giacca e cravatta me li mostra con orgoglio, e nella sua lingua gutturale mi elenca tronfio le ultime statistiche sull'estensione e il successo del loro porto. Popolo di pirati.

Dopo essermi fatto vedere qualche giorno all'universita' prendo di corsa il treno notturno da Amsterdam a Basilea. Sono stanco dopo tre giorni frenetici, e devo convivere con un piatto di pollo, riso e cipolle preparato dall'ungherese di turno prima di volare in stazione. Sono le 8 ed e' presto per rintanarmi in una claustrofobica cuccetta, cosi' mi siedo in poltrona ed ascolto la musica che mi porto dietro dall'Inghilterra, i Joy Division e gli Smiths. Passa Utrecht, passa Arnhem e la Ruhr, gradualmente tutto il treno parla tedesco. Abito da 3 anni ad Amsterdam ma non mi e' mai passato per la testa di imparare il tedesco. La Germania la salto sempre con l'aereo. Il treno, compagno di viaggio, mi ricorda che il confine e' qui vicino e che, in fondo, abito in una specie di provincia turistica della germania, una specie di romagna per tedeschi del nord. Dormo poco, rincagnato in una cuccetta minuscola abbracciato al mio zaino. L'alba mi trova vigile ad aspettarla dietro le vigne e le colline dell'Alsazia. E' il mio capodanno (ogni anno il 22 Aprile mi sveglio e aspetto l'alba), e l'incontro col sole e' oggi quantomai piacevole. Comincia infatti una serie di incontri straordinaria, chiaro segnale che e' il treno il modo giusto di viaggiare, anche se si abita dall'altra parte d'Europa. La prima e' Marije, che ha dormito nella cuccetta affianco alla mia e con un'amica passera' le vacanze di Pasqua tornando in bici a Mannheim . Poi, sul treno per Milano, mentre gli annunci e il chiacchericcio si fa sempre piu' italiano, mi passa accanto Jack, campione di ultimate frisbee ed ex compagno di squadra, diretto ad un famoso torneo internazionale a Rimini. Viaggia con un'enorme mano di gomma per fare il tifo. Nel frattempo chiacchiero con una studente di Venezia, studia urbanistica in Belgio. Scendo dopo 5 ore in stazione centrale a Milano, stavolta arrivo da nord. Mi ferma sulle scale la ex-ragazza di mio cugino, preceduta dal solito attimo di panico prima di riconoscerla. Mentre cammino verso casa a Gessate, mancando mio fratello che mi era venuto a prendere in macchina alla metro, respiro l'aria di primavera assaporando la fine di un viaggio.
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